martedì 6 agosto 2019

Storia dei 'prison movies' italiani


Per 'prison movie' o 'film di genere carcerario' comunemente si intende un cortometraggio o lungometraggio che sia, la cui azione narrativa si svolga prevalentemente nel chiuso di una prigione.
E' invece discussa e divide gli studiosi, la eventualità di considerare appartenenti a questo genere cinematografico anche le pellicole che narrano vicende di prigionia in tempo di guerra ( di avviso contrario ad una loro ascrizione, lo studioso Kevin Kehrwald, nel suo saggio "Prison movies, Cinema behind the bars", Wallflowers press). 
Per quel che vale, noi propendiamo  per una interpretazione estensiva della categoria anche a queste ultime opere.

Il cinema carcerario in Italia non ha avuto uno sviluppo comparabile, in qualità e quantità, a quello americano, ed anche rispetto alla produzione francese, è rimasto a livelli assai inferiori. 
In particolar modo, quanto all'approcio dei nostri registi al tema, bisogna evidenziare una differenza fondamentale con il cinema statunitense, ossia la scarsa propensione alla esaltazione di figure eroiche e/o 'muscolari', che si impongono fra i detenuti per la loro abilità nel combattimento corpo a corpo e la minore spettacolarità delle evasioni o dei tentativi di evasione.

I precursori del genere furono “Accadde al penitenziario” ( 1955), di Giorgio Bianchi e “ Nella città l'inferno” (1959), di Renato Castellani.





 Il primo, una commedia con stelle della comicità di prima grandezza come Sordi, Fabrizi e De Filippo, che al pari di “ Pardon us”(1931), di James Parrot, intepretato da Stan Laurel ed Oliver Hardy, tenta una parodia, non del tutto riuscita, del sistema carcerario; ed il secondo, appartenente al sottogenere denominato 'WIP' ( Women in prison ), ma riecheggiante ancora stilemi neorealistici ( la presenza della Magnani in questo senso li accentua ) è un affresco credibile e drammatico del carcere femminile delle Mantellate a Roma, con una indimenticabile carrellata di figure di donne cariche di umanità ferita, come 'Moby Dick' e 'la contessa' .



Degli anni cinquanta, in verità, è anche "Dovè la libertà", di Roberto Rossellini ( ma sembra che sia stato terminato, tra gli altri, da Lucio Fulci ), interpretato da Totò, ma è di dubbia ascrizione alla categoria che qui ci interessa, se si accolga il criterio definitorio più restrittivo più diffuso fra gli studiosi, che impone la prevalenza, nell'economia dei contenuti di un film, delle sequenze carcerarie su quelle girate fuori dagli istituti penitenziari. Insomma, in "Dov'è la libertà", sarebbero troppo scarse, quantitativamente, le parti dell'azione narrativa che si svolgono in prigione.
Comunque, per amor di completezza, diciamo che la tesi di "Cos'è la libertà" è che la solidarietà umana che si riscontra in prigione fra detenuti e in generale il loro codice etico, sono superiori a quelli che spesso si sperimentano fra le persone cosiddette per bene, che non vivono dietro le sbarre. Infatti, nel film Totò è un ex detenuto che uscito di prigione presto rimpiangerà la vita carceraria tanto da volervi far ritorno, in quanto profondamente deluso dall'umanità che trova all'esterno. 



Del 1961 è invece l'ottimo "A cavallo della tigre", di Luigi Comencini, scritto da Age&Scarpelli e Mario Monicelli, che si segnala particolarmente per l'eccellente fotografia di Aldo Scavarda ( lo stesso di "L'avventura", di Antonioni). 

Ambientato nell'epoca del boom economico italiano, del quale in qualche maniera prevede acutamente la precarietà e sovrastima, è un film tragicomico, che anche grazie al grande cast ( su tutti svettano il solito impeccabile Gianmaria Volontè ed un Nino Manfredi molto ispirato), riprende in qualche maniera l'idea del precedente "Dov'è la libertà", evidenziando come anche i criminali, di estrazione popolare se non proprio appartenenti al sottoproletariato, possano essere in grado di compiere gesti nobili, mentre i 'buoni', i borghesucci dalla fedina penale immacolata, spesso sono uomini assai peggiori dei detenuti. 
La critica che si può fare al film, se lo di voglia prendere sul serio, è che non riesce a raccontare fino in fondo la durezza della vita carceraria.
Inoltre, le sequenze dell'evasione appartengono al paradossale e sono poco credibili, se si pensi al modello americano, dove l'argomento 'escape from prison' viene sempre trattato con estrema spettacolarità, cura e verosomiglianza. 





Ma per il capolavoro italiano del genere bisogna attendere il 1971, quando esce nelle sale “Detenuto in attesa di giudizio”, ottimo film 'politico' e kafkiano di Nanny Loy, che leva una vibrante denuncia contro il sistema giudiziario e penitenziario nostrano degli anni settanta, caratterizzato da una cieca burocratizzazione, farraginosità, ottusità, lentezza e profonda ingiustizia. Un vero mostro che può divorare un individuo conducendolo a limite della sopportazione umana, a prescindere dalla sua innocenza o colpevolezza.
“Ma cercate di ragionare. Come è possibile che potete fare quello che fate? “ - grida piangendo il personaggio di Giuseppe Di Noi, un geometra emigrato in Svezia per lavoro, interpretato da un magistrale Alberto Sordi, mentre i poliziotti lo incarcerano in una cella d'isolamento, senza nemmeno avergli spiegato il perchè sia stato arrestato e imprigionato-
Solo dopo qualche tempo scopre di essere stato accusato di omicidio colposo preterintenzionale di un tedesco, ma senza rivelargli in quali circostanze la vittima abbia perso la vita. Il DI Noi/Alberto sordi fa varie congetture, domandandosi dove e come possa avere causato la sua morte, mentre nel frattempo viene trasferito nel carcere di Regina Caeli a Roma e poi in quello di Sagunto.
E un altro detenuto in viaggio con lui con quale sodalizza, uno psicopatico assassino, gli da il consiglio di non illudersi troppo di risolvere in fretta la sua situazione, perchè “Niente è mai semplice quando hai a che fare con la giustizia. Ma calmo devi stare, sempre calmo. Ogni umiliazione la devi sopportare senza ribellarti, ogni ingiustizia senza protestare mai. Perchè basta una sola girata di testa, perchè voi dal carcere non possiate più uscirne”.
Una chicca un inconsueto Lino Banfi che intepreta senza eccessivo macchiettismo il ruolo del direttore del carcere di Sagunto e buone le riprese all'interno del penitenziario, incluse le sequenze della rivolta dei detenuti in potesta per le condizioni di vita al suo interno, che lo rappresentano efficacemente come realtà labirintica, claustrofobica e disumana.





Con “Il camorrista”, del 1986, forse memore della 'lezione' e dello stile di Damiano Damiani, Giuseppe Tornatore al suo esordio firma quella che secondo noi rimane il suo miglior film, sulla vita romanzata di Raffaele Cutolo, 'il professore del Vesuviano', re della camorra riformata, che all'apice del suo potere ebbe più di tremila uomini affiliati alla sua organizzazione. 
Ottime le riprese all'interno del carcere e ben girate le sequenze di violenza fra detenuti e in particolare, quella della rivolta, in cui si regolano i conti fra vecchi e nuovi camorristi.
L'approccio asciutto, magari a volte anche grezzo, che qui Tornatore mostra con la sua mdp è capace di immediatezza e 'ferocia', per fortuna ancora ben lontano dagli insopportabili manierismi che lo caratterizzeranno successivamente come regista, quando cercherà di scimmiottare i grandi ( onore al merito, riuscendo a darla a bere a molti, comunque, dato che conquisterà un Oscar).
Tuttavia, il paragone con Coppola e Scorsese, che si legge da qualche parte, è del tutto improponibile. Semmai si riecheggia l'ascesa e il declino del personaggio dello Scarface di De Palma, che coincidenza vuole avesse anche lui un rapporto semi-incestuoso con la sorella.
Qui comunque siamo ancora nel territorio dei B-movie e il difetto del cronachismo/documentarismo è piuttosto fastidioso in alcuni punti della storia, nonostante uno dei suo pregi sia invece la rarità, nel panorama del cinema italiano successivo agli anni settanta, costituita dalla presenza di un'action sostenuta per molta parte del film.
Si può dirne dunque come un lavoro di sceneggiatura ( dello stesso Tornatore, ispirata dal romanzo di Marrazzo ) e regia ben fatto, con dialoghi credibili e molte inquadrature efficaci, se non fosse per l'eccessiva lunghezza e conseguenziale perdita di ritmo quà e là.
Ben Gazzarra si cala a mò di actor studio nel ruolo del boss e al netto di qualche posa eccessivamente giogionesca, la sua interpretazione di Cutolo è memorabile, resa ancor più credibile dal bravo doppiatore, Mariano Rigillo.
In una Napoli non da pizza e mandolino, ben lontana da immagini stereotipate e resa nella sua complessità ambientale, vien fuori il ritratto fedele di un mostro di crudeltà, genialità criminale e determinazione, dall'ego ipertrofico, che si condensa nella frase autoreferenziale che egli pronuncia durante il film: “Se facevo la carriera del prete, diventavo Papa”.
Non si lesinano accuse e denuncia nemmeno contro servizi segreti deviati e politica corrotta, che favorirono l'ascesa di questo sanguinario personaggio.

Notevole anche Leo Gullotta nel ruolo del poliziotto, meno indovinata la scelta della Del Sol, nonostante sia interessante il modo in cui il regista racconta l'intreccio affettivo morboso che legava il boss a sua sorella Rosetta, e buone le musiche di Nicola Piovani.





" Mery per sempre" (1989), di Marco Risi

Dal romanzo di Aurelio Grimaldi, il regista Marco Risi trae questo piccolo cult movie carcerario, impregnato di 'neo-neorealismo' e di impegno civile, che non disdegna qualche momento da commedia 'trash' all'italiana, sulla vita di un gruppo di minori dietro le sbarre, interpretati da attori non professionisti, tratti dalle periferie del capoluogo palermitano.
Il film, che appare sinceramente ispirato, amaro e a tratti toccante, sposa appieno la tesi criminologica ambientalista, che ha riprove di validità soprattutto nelle aree urbane povere, dove persino l'acqua è un lusso. Sono porzioni di città, limitrofe a quelle di chi vive in un relativo agio e comunque ha chance di costruirsi una vita, zone  dimenticate dalla politica e dominate dalla mafia, dove i giovani che vi crescono sono spesso condannati due volte, prima ad essere ghettizzati e a non avere neanche l'opportunità di frequentare la scuola primaria ( il personaggio di Pietro, interpretato da Claudio Amendola, dice al professore che quando aveva solo dieci anni e gli altri bambini della sua età andavano alle elementari con la loro bella divisa pulita e le scarpe lucide, lui già doveva andava al parlatorio penitenziario, a trovare la madre detenuta); e poi dalla giustizia, che si limita a 'contenerli' alla meno peggio, senza offrire loro concrete opportunità di reinserimento, destinandoli ad un perenne futuro da 'malacarne', senza alcuna possibilità di redenzione.
Fin qui gli aspetti ideologici, ma questi vengono calati in modo avvincente nel concreto della vita dell'Istituto minorile Malaspina di Palermo, rappresentando con verosomiglianza le relazioni di rispetto reciproco, ma anche conflittuali fra  i detenuti, e non omettendo di raccontare anche le violenze sessuali e i soprusi dei più forti sui più deboli. 
Michele Placido è molto azzeccato nel ruolo del professore che cerca di cambiare le cose, pur assaporando molte sconfitte e frustrazioni, ma che comunque incide positivamente in questo ambiente senza speranza in cui viene catapultato per caso, stabilendo rapporti affettivi forti con alcuni di loro, e conquistando persino la fiducia dei tipi più difficili e irriducibili, come Natale ( l'attore Benigno) e Pietro.




Nel 2009 esce nelle sale "Tutta colpa di Giuda", di Davide Ferrario.
Si tratta di una commedia musicale, gradevole, ma senza troppe pretese, ambientata nel carcere delle Vallette, a Torino.
Interpretata da attori dilettanti che al momento delle riprese erano ancora detenuti, conta anche la presenza di qualche professionista, come la Letizzetto nel ruolo della suora e la bella Kasia Smutniak, protagonista principale. 
Quest'ultima interpreta la parte di Irene, una regista teatrale che assume il compito di allestire una rappresentazione della passione di Cristo dentro l'istituto penitenziario. 
I toni comici si accentuano quando si arriva al momento di scegliere chi darà il volto a Giuda sul palco, dato che ovviamente nessuno fra i simpatici galeotti sembra contento di incarnarlo. 
Il nostro giudizio è che trattasi di occasione mancata per dare voce alle problematiche reali e pressanti dei carcerati italiani, anche ricorrendo alla parodia

. Il cinema leggero va benissimo, ma non essendo certo un film dalla vis comica eccezionale, forse si sarebbe potuto optare per un pò più di sostanza. 


Storia dei 'prison movies' italiani

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